Giornalisti e parlamentari contattano il fratello di Salvatore dopo il suo annuncio. Ma lui: "Mandano i Nas? Li ho chiamati dal 2008 e non hanno fatto niente". E sul viaggio: "In Belgio hanno l'eutanasia ma anche un'assistenza che noi ci sogniamo"

ROMA - "Non crediamo più a niente, queste cose non ci interessano più: è troppo tardi". Dopo giorni di silenzio, il telefono di Pietro Crisafulli da ieri non ha smesso di squillare: continue chiamate da parte dei giornalisti, interessati al caso dell'intera famiglia e del fratello Salvatore in particolare, per il quale sarebbe stata fissata la morte, per iniezione letale, in Belgio. A Pietro Crisafulli arrivano le chiamate di qualche parlamentare, i primi appelli personali a ripensarci, le prime rassicurazioni. Ma lui è sempre un fiume in piena: "E che ci facciamo con queste parole? Chiacchiere, chiacchiere come sempre! Sono sette anni che sentiamo le stesse rassicurazioni, che ci dicono di pazientare, che ci raccontano balle. Non ci interessa più, possono dire quello che vogliono, non ci interessa più".
"Ho sentito cose già sentite", ripete. "Mi hanno detto che adesso arriveranno i Nas dei Carabinieri: e che vengono a fare? Lo sanno dal 2008 come stanno le cose, ho fatto io stesso la denuncia: sanno tutto dal 2008 e se ne sono fregati. Cosa può cambiare adesso?". Il riferimento è all'avvio di una istruttoria sulle condizioni di assistenza di Salvatore Crisafulli che dovrebbe sfociare nelle prossime ore in un'ispezione dei Nas dei Carabinieri. Un provvedimento annunciato al Senato dal presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale Ignazio Marino, con l'intenzione di verificare che Crisafulli, nella sua scelta, abbia potuto sempre contare sulle necessarie risorse sanitarie per far fronte alla sua gravissima disabilità.
"Ce ne andiamo in Belgio, è deciso: le pratiche sono state fatte, là l'eutanasia è permessa. Partiamo domenica, staremo qualche giorno là, ci confronteremo con i medici, parleremo con i giornalisti del Belgio e con quelli che verranno. E poi, una puntura e questa storia è finita". "Non è giusto farlo morire, lo so - confida Pietro - lo so che non è giusto ma non ci hanno lasciato alternativa". La sua voce è dura. E se, Pietro, invece dell'eutanasia, faceste vedere come in altre regioni d'Italia e anche in Belgio un'assistenza degna è garantita? "No, non lo so... Non lo so cosa succederà in Belgio: so però che lì è vero che c'è l'eutanasia, ma c'è anche una vera assistenza. Hanno un'assistenza che non ce la sogniamo. Per questo ce ne scappiamo da quest'Italia, da questa Sicilia: è un paese di merda. Ce ne andiamo in Belgio... Quello che succederà... lo vedremo. Ma siamo stanchi delle chiacchiere, siamo stanchi delle parole. Questa storia in un modo o nell'altro deve finire". (Stefano Caredda)
(29 gennaio 2010)






