Presentate dall'Agenzia per il terzo settore con l'obiettivo di estendere le buone pratiche già esisenti e evitare forme di esclusione. Destinate alle amministrazioni regionali e locali, puntano al raggiungimento di livelli essenziali di partecipazione

ROMA - Definire criteri e modelli per la partecipazione del terzo settore alle politiche pubbliche a livello locale. E' questo l'obiettivo delle linee guida presentate ieri a Roma dall'Agenzia per il terzo settore. "Le Linee guida - si legge nel documento di presentazione - costituiscono il frutto di un processo di progressiva maturazione, nelle istituzioni, della sensibilità e consapevolezza circa il ruolo fondamentale del terzo settore nella definizione delle politiche pubbliche: insieme, esse vogliono essere uno strumento per sviluppare e valorizzare tale processo, estendendo le buone pratiche esistenti e fornendo elementi per pensarne di ulteriori. Pertanto esse mirano a consolidare le buone pratiche esistenti, promuovendo e rafforzando le forme attraverso cui liberamente si articola la società civile, e supportando quest'ultima nell'interlocuzione con le istituzioni pubbliche, al fine di superare pratiche non inclusive o di chiusura".
"La finalità - prosegue il documento - è quella di favorire la diffusione di comportamenti virtuosi che da tempo esistono e sono già fatti propri da molte istituzioni, promuovendo un processo di progressiva armonizzazione ‘verso l'alto', ovvero verso una più effettiva presenza del terzo settore nelle sedi del confronto e del dialogo con le istituzioni. Il loro auspicato recepimento da parte delle amministrazioni interessate, pur nell'ovvia e necessaria opera di adeguamento alle specificità del territorio, potrà valorizzare e realizzare le finalità appena indicate, consentendo di declinare al meglio il tema della responsabilità delle decisioni pubbliche che si vanno ad assumere. Quest'ultimo tema spesso produce infatti o atteggiamenti di estromissione dei soggetti del terzo settore da parte dei soggetti pubblici (situazioni alle quali possono essere assimilati quegli atteggiamenti di coinvolgimento del terzo settore in fasi o momenti nei quali la decisione sia nella sostanza già stata adottata), o pratiche di auto esclusione, da parte degli stessi organismi del terzo settore, dai procedimenti partecipativi, per differenti ragioni dovute talvolta a difficoltà di carattere personale o comunque particolare".
"Occorre al riguardo tenere presente che l'assenza di una responsabilità politica in capo al terzo settore può determinare atteggiamenti di chiusura da parte dei policy maker nei confronti del coinvolgimento di soggetti che in ogni caso non sono chiamati a rispondere davanti al corpo elettorale, e che quindi potrebbero influenzare le decisioni pubbliche senza peraltro essere sottoposti al controllo ex post, che invece il circuito democratico della rappresentanza, almeno teoricamente, garantisce. D'altro canto, spesso gli stessi soggetti del terzo settore tendono a sottovalutare l'opportunità di partecipare, nelle forme consultive oggi previste, alle decisioni pubbliche, sia perché l'esito della partecipazione non è vincolante per le istituzioni, sia perché, in assenza di un canale aperto e trasparente di selezione dei delegati, spesso non sono adeguatamente rappresentati. Esse pertanto mirano a consolidare le buone pratiche esistenti, promuovendo e rafforzando le forme attraverso cui liberamente si articola la società civile, e supportando quest'ultima nell'interlocuzione con le istituzioni pubbliche, al fine di superare pratiche non inclusive o di chiusura".
Le Linee guida sono destinate alla amministrazioni regionali e locali: "Ad esse si propongono non come un atto contenente una disciplina dotata di forza vincolante; al contrario, esse pretendono di offrirsi come strumento che vincola in forza della bontà delle indicazioni in esse contenute. In altri termini, esse sono espressione di quel fenomeno sempre più diffuso comunemente noto con il termine soft law: facendole proprie, le amministrazioni potranno porre le basi per il raggiungimento di livelli essenziali di partecipazione del terzo settore, che impegnino insieme, in un processo di continua crescita, le istituzioni e i soggetti della solidarietà organizzata".
"Il sistema definito mediante le Linee guida si presenta come ‘scalare': ciò significa che si va da forme di partecipazione strutturata e formalizzata (partecipazione cosiddetta organica) a forme di partecipazione non strutturata, ma pur sempre formalizzata (partecipazione cosiddetta procedimentale) per arrivare, infine, a forme di partecipazione libere, fluide, diffuse e non formalizzate (partecipazione cosiddetta diffusa). Il fine (e la ratio) sottesa a questo modello scalare di partecipazione è proprio quello di non cristallizzare ed ‘ingessare' la partecipazione del terzo settore entro schemi rigidi e precostituiti, ma, al contrario elaborare un insieme di strumenti partecipativi che consentano di esprimere pienamente e attraverso il ricorso a diverse modalità la ricchezza, l'esperienza e la competenza presenti in questo vasto mondo, senza determinare quella emarginazione in funzione ancillare e ghettizzante", conclude il documento.
(15 dicembre 2011)







