Messe tutte insieme, le persone con diversi tipi di disabilità, popolerebbero la terza nazione del mondo. Sono infatti 650 milioni, oltre il 10% della popolazione mondiale, secondo le stime delle Nazioni Unite. Solo vent'anni fa erano 500 milioni, meno del 10% della popolazione mondiale di allora. Abbiamo paura della disabilità, preferiamo tacerne, non vederla, per scongiurarla. Purtroppo, però, parlano chiaro i dati: la disabilità è sempre di più uno degli effetti collaterali della società in cui viviamo. Meglio saperlo, farci seriamente i conti con questa drammatica realtà: è necessario prevenirla il più possibile, affrontarla fornendo risposte adeguate a questa popolazione, costruire piene forme di inclusione.
È una popolazione varia e molto eterogenea, che per comodità, ma solo per comodità, identifichiamo con il termine disabilità. Una parola unica che mette insieme individui con disabilità sensoriale, altri con una intellettiva, altri con una fisica e altri ancora con un disagio psichico. Eppure sono tutti individui diversi tra loro: anche a parità di tipo di disabilità, ciascuno è diverso dall'altro, come lo siamo tutti. Basta, dunque, con il fintamente rispettoso "diversamente abili". La diversità è la cifra dello stare al mondo di ciascuno di noi, non della popolazione composta dalle persone con disabilità.
Sono altre le caratteristiche che accomunano gli abitanti di questa terza nazione. Anzitutto, sono persone, in senso pieno, completo e non soggetti o cittadini "figli di un dio minore". Per questo è necessario rispondere alla loro specifica condizione non solo in termini di bisogni, ma soprattutto di diritti.
In secondo luogo, sono soggetti che, in modo diverso e a causa non delle loro disabilità, ma degli sguardi e delle relazioni che si instaurano con loro (e loro stessi hanno con se stessi), sono vittime di forme di stigmatizzazione, esclusione e discriminazione.





Si, sono d'accordissimo, bisogna costruirsi degli strumenti nuovi e anche provocatori per confrontarsi e per capire le realtà di chi vive la disabilità nel quotidiano. Ho letto suo libro con un grande interesse e volevo ringraziarle perchè mi ha permesso di capire che abbiamo tutti una forma di disabilità sociale. Io sono "normodotata" e mi sono sentita molto vicina al interiorità che lei ha descritto. Ho letto suo libro perchè mio marito ha una disibilità fisica, ma penso che sia un libro che deve essere studiato alle scuole superiore perché apre la mente di chi ha paura della disabilità e lo mette di fronte alle sue responsabilità nell'esclusione dell'altro in generale e delle persone con disabilità in particolare.
grazie anche per il suo blog.
Postato da Barisa il 24/11/2009 10:45 rispondi