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La Terza Nazione del mondo

Blog di Matteo Schianchi

Pubblicato il 23/11/2009 15:41

Basta con i "diversamente abili"!

Basta con i "diversamente abili"!

Messe tutte insieme, le persone con diversi tipi di disabilità, popolerebbero la terza nazione del mondo. Sono infatti 650 milioni, oltre il 10% della popolazione mondiale, secondo le stime delle Nazioni Unite. Solo vent'anni fa erano 500 milioni, meno del 10% della popolazione mondiale di allora. Abbiamo paura della disabilità, preferiamo tacerne, non vederla, per scongiurarla. Purtroppo, però, parlano chiaro i dati: la disabilità è sempre di più uno degli effetti collaterali della società in cui viviamo. Meglio saperlo, farci seriamente i conti con questa drammatica realtà: è necessario prevenirla il più possibile, affrontarla fornendo risposte adeguate a questa popolazione, costruire piene forme di inclusione.

È una popolazione varia e molto eterogenea, che per comodità, ma solo per comodità, identifichiamo con il termine disabilità. Una parola unica che mette insieme individui con disabilità sensoriale, altri con una intellettiva, altri con una fisica e altri ancora con un disagio psichico. Eppure sono tutti individui diversi tra loro: anche a parità di tipo di disabilità, ciascuno è diverso dall'altro, come lo siamo tutti. Basta, dunque, con il fintamente rispettoso "diversamente abili". La diversità è la cifra dello stare al mondo di ciascuno di noi, non della popolazione composta dalle persone con disabilità.

Sono altre le caratteristiche che accomunano gli abitanti di questa terza nazione. Anzitutto, sono persone, in senso pieno, completo e non soggetti o cittadini "figli di un dio minore". Per questo è necessario rispondere alla loro specifica condizione non solo in termini di bisogni, ma soprattutto di diritti.

In secondo luogo, sono soggetti che, in modo diverso e a causa non delle loro disabilità, ma degli sguardi e delle relazioni che si instaurano con loro (e loro stessi hanno con se stessi), sono vittime di forme di stigmatizzazione, esclusione e discriminazione.

 

Commenti

Si, sono d'accordissimo, bisogna costruirsi degli strumenti nuovi e anche provocatori per confrontarsi e per capire le realtà di chi vive la disabilità nel quotidiano. Ho letto suo libro con un grande interesse e volevo ringraziarle perchè mi ha permesso di capire che abbiamo tutti una forma di disabilità sociale. Io sono "normodotata" e mi sono sentita molto vicina al interiorità che lei ha descritto. Ho letto suo libro perchè mio marito ha una disibilità fisica, ma penso che sia un libro che deve essere studiato alle scuole superiore perché apre la mente di chi ha paura della disabilità e lo mette di fronte alle sue responsabilità nell'esclusione dell'altro in generale e delle persone con disabilità in particolare.
grazie anche per il suo blog.

Postato da Barisa il 24/11/2009 10:45 rispondi

Concordo pienamente. Siamo tutte degli individui e come tali siamo unici al mondo, unici per quanto caratteristiche fisiche, psichiche, sensoriali, per dna e cosi' via, quindi siamo tutti "diversi".

Ci accomuna pero' una cosa, l'amore.

Postato da magmallegus il 24/11/2009 10:45 rispondi

Si, d'accordo: l'amore, l'amicizia, la concordia e la pace nel mondo... Chiedo scusa, però d'accordo che siamo tutti uguali perchè siamo della unica e sola razza che esiste, quella umana, però basta non solo con i "diversamente abili" ma anche con quelli che "siamo tutti uguali". Non siamo affatto uguali: se sono cieco sono cieco, non ci vedo, punto. Tu ci vedi e io no. Se sono sordo sono sordo e non ci sento, punto: tu ci senti e io no. Se c'ho una gamba storta e non posso camminare e correre, tu corri e io no. Non siamo affatto uguali, e basta! Saremo uguali in dignità, diritti dell'uomo eccetera eccetera eccetera, ma non nella concretezza della nostra situazione. E scusate, ma qualche differenza c'è sempre! Ed è sempre meglio vederci che non vederci, sentirci che non sentirci, poter correre piuttosto che no. Ecco. Così dico io. Un saluto

Postato da Trifone il 24/11/2009 14:19 rispondi

Mi sembra importante il tuo "spostamento" da una condizione, ad una essenza, ossia alla centralità dell'essere persona.Se questo è il riferimento centrale, decisivo, forse ricordare l'invito di I.Kant "Considerate le persone sempre un fine,mai un mezzo" potrebbe diventare il vero "metro di valutazione" delle scelte, dei comportamenti, delle leggi.Sarebbe interessante e utile che tu recensissi le inziative, gli interventi, le diposizioni legislative con questo "metro": sono centrate sul riconoscimento, sul valore, sul rispetto delle persone (fine) oppure sono funzionali ad altri obiettivi(mezzi), ossia al consenso, al pietismo, ad un livello minimo di civiltà che come "ritorno" produce vantaggi ai propositori, non tanto o soltanto ai destinatari? cosa ne pensi?

Postato da francesco il 24/11/2009 14:43 rispondi

certo, non siamo tutti uguali. La differenza imposta dalla disabilità esiste e bisogna assumerla completamente. Meglio vedere, sentire, correre ecc. ma se non lo si può fare perché si hà una disabilità ciò non significa che si è "meno persone e cittadini" di chi può vedere, sentire e correre. Mentre invece, il pregiudizio, porta a pensare (e questo pensiero ha ricadute concrete nella vita delle persone con disabilità misurata nelle difficoltà, nelle esclusioni, ecc.) che chi è disabile è un po' meno uomo, donna, bambino rispetto a "normali" uomini, donne, bambini

Postato da matteo schianchi il 24/11/2009 15:12 rispondi

Io sono diversamente "normo" da qualche anno, sono diversamente vedente e diversamente udente perché un diversamente attento mi ha investita mentre ero in moto: cosa mi cambia oggi in questa mia nuova vita l'essere marchiata con paroline di politically correct (diversamente abile, altrimenti invalida, ecc. fino all'atroce handicappata) se ancora non si sa che fine hanno fatto i soldi stanziati per l'editoria digitale, non c'è un film accessibile ai ciechi e ai sordi o magari nessuno conosce la legge sul cane guida?? Non ho letto il tuo libro Matteo, non so se c'è una copia in digitale accessibile anche per noi ciechi, nel caso ti prego di segnalarmi dove acquistarla, grazie di tutto
Laura Raffaeli (presidente Blindsight Project www.blindsight.eu)

Postato da Laura Raffaeli il 24/11/2009 16:21 rispondi

Sogno un mondo dove le persone non debbano essere etichettate , un mondo dove siamo tutti semplicemente esseri umani ognuno con la propria singolarità , arriveremo mai a questo? fin quando si penserà che l'integrità fisica e mentale sia il presupposto per una vita degna e piena credo di no.

Postato da marina il 24/11/2009 16:39 rispondi

non ho mai sopportato la definizione "diversamente abile"... concordo che non siamo uguali...e ancor più condivide che non si può pensare a un mondo diverso finchè abbiamo bisogno di etichettate tutto!!!

Postato da anonimo il 24/11/2009 17:11 rispondi

approfitto per consigliare un altro bel libro che oltre a leggere con gli occhi si può "leggere" con l'udito essendo venduto insieme a un CD in cui 2 attori di una piccola compagnia teatrale leggono e interpretano ciò che gli autori hanno scritto in modo che anche chi non vede possa sentirsi partecipe di ciò che gli autori volevano trasmettere, la disabilità può essere anche gioia , un libro che pur decrivendo vite vissute di genitori con figli con disabilità si può dire un libro gioioso , si intitola MIO FIGLIO HA LE ALI edizioni Erickson
potrebbe essere un bel regalo di Natale.
scusate lo sforamento dall'argomento .

Postato da marina il 24/11/2009 17:22 rispondi

sono anni che mi scervello per trovare un nome, una definizione. "disabili" o "handicappati" o, peggio, "i ragazzi" (quando magari c'è chi ha passato i sessanta!). e ogni volta che me lo chiedono, dico "Cinzia, Alessandro, Andrea, Gian Marco" Persone insomma. ciascuno diverso. il tentativo di omologazione e semplificazione non aiuta. a meno di non omologare tutti in "genere umano".
Luigi Vittorio Berliri

" Quando dico sindrome di Down , molti non sanno cosa sia. E cosi devo dire mongoloide e allora capiscono e abbassano lo sguardo. Non chiedo piu' perche' e ' accaduto a lei. So solo che mia figlia e' perfetta cosi' com'e'.
Lei non e' "venuta male". Lei e' Francesca e basta"
cosi' scriveva Milena, dieci anni fa su http://xoomer.virgilio.it/smistror/libro/


Postato da Luigi Vittorio il 24/11/2009 17:38 rispondi

triste che si pensi a tante persone come un insieme da "archiviare" con queste due parole
"diversamente abile", sono daccordo che sia necessario rispondere alla loro specifica
condizione non solo in termini di bisogno, ma soprattutto di diritti.
Siamo tutti umani e tutti diversi, chi appartiene a questo "gruppo" non per sua scelta e tante volte improvvisamente e drammaticamente ne resta segnato, ha comunque una sua personalità, una sua storia e come tale va rispettata senza che ci siano forme
di esclusione, legate anche dagli sguardi altrui.
Il tema che viene evidenziato e approfondito in tutte le sue sfumature nel tuo libro, mi ha fatto
riflettere molto su come una persona "diversamente abile" possa sentirsi e come sarebbe importante
affrontare l'argomento sulla disabilità in modo da fornire risposte adeguate a chi vive questa situazione nel quotidiano e in modo da fare conoscere a chi è al di fuori (ma che potrebbe entrare...) molte informazioni sul tema.

Postato da federica il 24/11/2009 18:28 rispondi

Disabilità: indica tutto l? insieme di limitazioni o condizioni fisiche, intellettuali e sensoriali di natura permanente o transitoria,che riguardano le popolazioni di tutto il mondo.

Handicap: che nel contesto giuridico e sociale individua la perdita o la compressione della possibilità di partecipare alla vita di una
comunità in condizioni di uguaglianza con tutti i suoi componenti.

Scopo del diritto: Il diritto non può eliminare la disabilità, ma può rendere la persona disabile uguale a tutti gli altri cittadini.
Il diritto, infatti, può eliminare l? handicap sociale.

Postato da Salvatore immino il 25/11/2009 09:57 rispondi

...la normalità semplicemente non esiste. ascoltate l'insegnamento dei grandi poeti del secolo passato:http://www.youtube.com/watch?v=DwmjrqARORU

Postato da klaus il 25/11/2009 19:12 rispondi


Io sono una forza del passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
o per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

Pier Paolo Pasolini

Postato da klaus il 25/11/2009 19:16 rispondi

è certamente doloroso captare in chi mi si avvicina l'imbarazzo quando si rendono conto che non vedo. E' una compagna subdola la retinite pigmentosa, che ti illude fino all'ultimo di essere in grado di vedere e continuare a vivere la tua solita vita. Non è così, le frustrazioni si sommano giorno dopo giorno, fino a quando sbattendo addosso a qualcuno ti senti dire di startene a casa se non ci vedi.
Secondo me la gente, in generale, è molto stanca dei problemi e non ha più la sensibilità di mettersi nei panni altrui e capire....c'è un rifiuto per la diversità e una gran paura che possa capitare anche a loro o ai loro figli o parenti ...e, se il dramma li tocca da vicino, allora sì che iniziano a porsi domande e a disperarsi per la nuova situazione, ricorrendo anche all'aiuto del Cielo, chiedendosi perchè mai una sfortuna simile sia capitata proprio a loro che ne erano esenti.Inoltre, almeno per il tipo di handicap di cui soffro, ho riscontarto che si associa l'handicap sensoriale a quello mentale; da ciò ogni azione del diversamente 'intelligente' crea sorpresa e quasi rabbia se tale azione può essere posta a confronto con l'operato di un normodotato.
Putroppo tante belle parole non servono a risolver e le nostre difficoltà di tipo paratico, bisogna rendersi conto che dobbiamo cavarcela da soli, con ogni mezzo disponibile, evitando di farci compatire dal prossimo,
rosanna

Postato da anonimo il 26/11/2009 14:06 rispondi

Diversamente abile. Come qualcuno ha già scritto è un termine quasi più offensivo di disabile. Non è che ho capacità diverse, volo o lancio saette, semplicemente faccio meno di quanto potrei fare se avessi tutto "a posto". E sentirmi dire "diversamente abile" è anche un'offesa alla mia intelligenza, che quella non mi manca! Inoltre non ho certo bisogno di indorarmi la pillola con un "diversamente" come se la mia sensibilità fosse urtata da parole troppo serie come appunto "dis-abile".
Con la disabilità ci si vive e non posso certo fare a meno di confrontarmici ogni giorno. Quello di cui abbiamo bisogno è possibilità di integrazione e una vita fatta su misura, non certo di parole che ci fanno sembrare uguali ad altri che uguali non sono. Non mi interessa molto di essere chiamato disabile se poi posso studiare e prendermi una laurea e un lavoro che mi piace senza possibilità. Se poi potessi essere chiamato solo Matteo sarebbe il massimo!

Mi permetto di segnalare un evento a cui tengo personalmente il 3 dicembre a Roma:
http://www.mariodeluca.it/category/agenda/

Mat

Postato da Matt il 26/11/2009 19:05 rispondi

Siamo abili anche noi.
Ma l?invidia e lo sdegno di fronte al successo di un ?disabile? imperano tuttora.
Ci sono ancora compagni di scuola che evitano l?amicizia troppo impegnativa e scomoda con l?alunno disabile, specialmente se quest?ultimo è un bravo studente.
Ci sono ?disabili? che, dopo una brillante carriera universitaria, si ritrovano a scaldare la poltroncina della scrivania.
?Cosa vuoi che sappia fare quello/a lì? è il pensiero dominante.
La diversità è un dato di fatto, una caratteristica che in alcune persone (i disabili) è più evidente che in altre. Proprio perché la diversità riguarda tutti gli individui, non deve trasformarsi in un avverbio (diversamente) che serve per definire, per distinguere, alcune persone da tutte le altre. Ma questo, la gente, non lo vuole capire: nel mondo vige ancora la legge della selezione naturale secondo cui il forte (il prepotente) sopprime il debole.
Come dissi tempo fa in altra sede, a mio parere la definizione più adatta dovrebbe essere ?Persone con handicap?. Il termine ?disabile? contiene in sé la mancanza di abilità. Handicap, invece, significa svantaggio e dunque implica soltanto i limiti oggettivi di un determinato individuo, di una persona. Lo svantaggio non può essere negato, è l?evidenza della nostra diversità.
Siamo persone prima di tutto. Siamo persone che spesso vengono messe in secondo piano persino rispetto al mondo animale. E allora facciamoci notare: rispettiamo gli altri, ma arrabbiamoci, parliamo di noi, scriviamo.
Bravo Matteo.

Postato da indaco1975 il 27/11/2009 12:07 rispondi

Ciò che manca, secondo me, nella nostra profonda diversità di storie, è proprio il raccontare la nostra vita, ma non tanto per mostrare al mondo quanto possiamo essere bravi nella diversa abilità (diversa spero dalla mia e non dalla norma), quanto per esprimere le nostre personali ed individuali aspettative che riflettano in qualche modo il nostro concerto di azioni e pensieri.

Postato da Pietro il 30/11/2009 19:37 rispondi

buon giorno a tutti ebbene io penso che il termine disabilità non identifichi persone che hanno dei problemi ma è solo un termine per accomunare tutte le persone che possiedono dei problemi chi psichici, chi sensoriali e via dicendo; ebbene penso che questo termine vada sostituito con il termine che identifichi la disabilità cioè cieco, per chi non ci vede, sordo per chi ha problemi di udito e via dicendo.
Spero che nessuno se la prenda per questo mio commento e se ciò accadrà gli chiedo di scusarmene ma volevo solo dire la mia su questo argomento.
Cordiali saluti.

Postato da anonimo il 06/12/2009 16:09 rispondi

Ciao, io sono cieca dalla nascita e concordo in pieno con la storia del diversamente alibi
Sì sì ho scritto alibi apposta, non è stato un errore, perché chiamare "diversamente abili" è un ALIBI a tutti gli effetti, una scusa per nascondere la realtà dei fatti e cioè che abbiamo dei limiti oggettivi. Parlare di "diversamente abili" o dire che "siamo tutti uguali", è una gran cavolata. E' vero, siamo persone, abbiamo uguali diritti...e i doveri? Chi è che mai ha parlato dei doveri?
Voglio dire: è comodo dire che siamo uguali agli altri quando si tratta di soldi, di cibo, di sesso, o di cose anche meno "individuali" che generalmente ci riguardano come diritto personale. Però poi, ci comoda esser diversi quando dobbiamo approfittarci delle agevolazioni, tipo quello che va in negozio e compra LA CONSOLLE VIDEOGAME PER IL FIGLIO VEDENTE usando l'iva agevolata al 4%, o quando s'arrabbia per i bisogni dei cani in mezzo alle strade e poi permette al proprio cane guida eventualmente di sporcare dove capita(ci sono pure quelli!) oppure ha il cane e non lo lave, ho conosciuto una volta un cieco che aveva il cane che pareva un ammasso di rifiuti non un cane povera bestia...io penso che in tanti casi la discriminazione è anche colpa di noi disabili che non ci sappiamo integrare, che pretendiamo sempre tutto dovuto e tutto fatto, quando invece talvolta basta anche un MINIMO di collaborazione per aiutarci, noi disabili a capire gli altri, e gli altri a capire noi e le nostre esigenze perché piaccia o no, siamo persone e siamo diversi. Ognuno con la propria cultura, ognuno con la propria esperienza ed educazione. O accettiamo questo, o il razzismo sarà sempre una cosa che genererà violenza.



Postato da Talksina il 04/02/2010 11:30 rispondi

Mi fa molto piacere questo tuo commento. L'elenco di alibi e abusi potrebbe essere infinito. E questi modi di vivere la disabilità non sono solo indice di una lunga serie di disagi che abbiamo nel vivere la nostra condizione, ma sono anche comportamenti di disabili che in fin dei conti contribuiscono a stigmatizzare e screditare ulteriormente il mondo della disabilità. Sono indice del fatto che chi è disabile ha un'immagine così svalutata di sé che si rifugia in agevolazioni e sotterfugi non solo per cavarsela, ma per sentirsi esistere, come unica forma di risarcimento che riesce a prendersi dalla società.
Al di là dei bisogni veri e propri e delle difficoltà (che oggettivamente spesso esistono) in questa rincorsa all'alibi, per esare un tuo termine, chi è disabile "vende" il proprio essere cittadino (dunque soggetto già portatore di diritti) e il proprio essere individuo (che ha diritto di realizzarsi, di cercare la propria felicità e soddisfazione in tutti gli ambiti, dal lavoro alla sessualità) in cambio di qualche "compenso economico" ottenuto a fatica e con acrobazie. Ma in questo modo ci si dimentica noi stessi di essere pienamente cittadini (con diritti e doveri) e individui, che abbiamo il diritto di desiderare e ambire a qualcosa di più nella vita dell'iva agevolta per acquistare la consolle videogame.

Postato da matteo schianchi il 04/02/2010 16:08 rispondi

Il fatto delle "etichette", sta nella nostra lingua. Nella nostra cultura. Sembra quasi che la parola "persona" sia talmente scontata che bisogna toglierla proprio a livello sintattico. E Matteo che è uno scrittore e traduttore, sa certamente di che cosa sto parlando e credo riguardi tutte le lingue neolatine, almeno l'italiano e il francese sì, lo spagnolo non lo so...
So che in America non dicono mai "a blind, a deaf", per dire un cieco o un sordo dicono blind person, deaf person. E così il politically correct non serve, perché quella definizione è già un dato di fatto. La persona che ha questo limite, ma è una persona. Si dice VIP, di chi ha problemi agli occhi. Visually Impaired People. Persone dalla vista compromessa. Nulla di più, nulla di meno. Si dice quello che è, senza offendere nessuno.
Se poi uno si offende perché gli si dice che non vede, beh, francamente io dico che son fatti suoi non certo di tutti i disabili, se la famiglia l'ha cresciuto facendolo vergognare della propria condizione, beh, ripeto...fatti suoi

Postato da Talksina il 04/02/2010 17:00 rispondi

Ho letto il libro e ne ho parlato con i miei alunni a scuola.Abbiamo realizzato esperienze molto belle con i compagni disabili e come sempre i bambini dimostrano di possedere maggiore sensibilità rispetto agli adulti. Ho consigliato a tutti i colleghi di leggere questo libro .Ciao Fiorella

Postato da Fiorella il 07/08/2010 09:43 rispondi

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